“C’è una linea sottile tra stupidità e dedizione”, una linea su cui Mathew Hayman sa bene di dover danzare per raggiungere l’impresa più straordinaria della sua vita. Le parole del corridore australiano sul suo profilo Twitter sono la descrizione di una foto che lo vede pedalare sui rulli con il braccio destro ingessato. E’ il marzo 2016, l’australiano è caduto riportando una frattura al gomito alla Omloop Het Nieuwsblad, la corsa che apre la stagione delle classiche del pavé in Belgio. Un tonfo che fa male soprattutto al morale. La sua squadra, la Orica GreenEDGE (l’attuale Mitchelton-Scott), gli dice di prendersela comoda, recuperare e tornare a disposizione per il Tour de France. Tradotto: addio classiche del nord e soprattutto Parigi-Roubaix, la sua corsa preferita, quella a cui aveva partecipato per la prima volta il lontano 9 aprile del 2000, a soli 22 anni.

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Era già un corridore fatto e finito, testa sulle spalle, 190 centimetri di concretezza e affidabilità, il compagno di squadra ideale. Per questo è diventato un gregario eccezionale. Un uomo dalla stazza enorme, ma dal cuore ancora più grande. Non ha mai vinto tante corse, ma sulle maledette pietre della Roubaix ha sempre detto la sua, con umiltà e determinazione.

“Prenditela comoda Mathew”. No! Hayman non vuole proprio mancare alla “Regina delle classiche”, anche perché ha ormai 38 anni e la sua carriera è al tramonto. Due giorni dopo la caduta si rimette a pedalare e il 10 aprile 2016 è lì alla partenza, per la sedicesima volta nella sua vita: è già un’impresa. Non può essere al meglio della forma, ci sono state altre volte in cui ha avuto la gamba per strabiliare, ma non l’ha mai fatto. Quel giorno si accontenterebbe di una gara dignitosa.

Invece il destino ha piani diversi, Hayman si ritrova nel gruppo di testa a 114 chilometri dal traguardo, ancor prima del terribile tratto della Foresta di Arenberg. Con lui ci sono anche l’eterna promessa Popovich e il siciliano Salvatore Puccio, ma soprattutto un grosso calibro come Tom Boonen. Il belga ha trionfato già quattro volte, proprio come “Monsieur Roubaix” Roger De Vlaeminck. Vincendo andrebbe a cinque, e sarebbe irraggiungibile per molti anni. Forse per sempre.

Sul Carrefour de l’Arbre, Sep Vanmarcke resta da solo e sembra aver piazzato l’allungo giusto. Non è così, il britannico Ian Stannard è un treno e lo va a riprendere. In testa rimangono in cinque: Vanmarcke, Stannard, Boasson Hagen, Boonen e l’australiano Mathew Hayman appunto. E sono loro a entrare per primi nel velodromo di Roubaix.

Gli occhi sono puntati tutti su Tom Boonen. Il Belgio aspetta la vittoria che lo proietterebbe nella leggenda, ma le energie in quel mitico anello di cemento sono poche per tutti. Hayman, a sorpresa, ne ha di più e vince beffando proprio “Tornado Tom”.

Un’impresa straordinaria, l’australiano non ci crede e realizza soltanto quando si trova a sollevare il trofeo della Parigi-Roubaix. Un pezzo di pietra. Tutta quella fatica per alzare un pezzo di pietra, sembra una follia, ma in quel blocco di pavè c’è dentro l’essenza del ciclismo e una storia grande, enorme, come il cuore di Mathew Hayman.

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